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Di seguito puoi leggere una semplice trattazione di alcuni argomenti di attualità senza alcuna pretesa se non quella di cercare di riportare le risposte che la Bibbia stessa fornisce.

Natale

Istituzione, riti e richiami della Parola di Dio

Celebrare le nascite di persone importanti è pratica antica (Mat. 14:6). Certamente, se Dio avesse voluto farci celebrare la nascita di Gesù, avrebbe designato un giorno preciso, come fece per le antiche feste ebraiche (Lev. 23:37). La Bibbia indica perfino i giorni della festa delle luci o della dedicazione, una commemorazione popolare ebraica, che iniziava il giorno 25 del mese di Kislew, corrispondente al periodo compreso tra la seconda metà di novembre e la prima metà di dicembre del nostro calendario (Giov. 10:22).

Invece, per quanto Luca sia uno scrittore noto per la sua cura dei dati storici, non fissa il giorno né il mese della nascita di Gesù (Luca 2:1-7). La Parola di Dio evidenzia non la data della nascita di Gesù, bensì il modo e lo scopo di essa, con il miracolo dell’incarnazione (Matt. 1:18, 21; Luca 1:35), affermando che Dio mandò il Suo eterno Unigenito “nella pienezza dei tempi” (Gal. 4:4).


L’istituzione del Natale “cristiano”

La Chiesa dei primi tre secoli non ha mai commemorato alcun tipo di festa liturgica per la nascita di Cristo; bisogna giungere al quarto secolo per trovarne le origini, di ordine sociale piuttosto che biblico.

L’impero romano continuava ad espandersi, inglobando, come province, intere nazioni alle quali veniva riconosciuta la libertà di mantenere i propri culti religiosi. Con la crescita numerica del cristianesimo, che proclamava un solo vero Dio, le autorità governative si trovavano dinanzi a forti persecuzioni religiose contro i convertiti al cristianesimo da parte delle famiglie e popolazioni pagane a cui questi appartenevano.

L’imperatore Costantino pensò di risolvere tali tensioni dichiarando la fede religiosa che più si propagava, il cristianesimo, religione ufficiale dell’impero nel 313 d. C.. Così le masse popolari delle province romane furono obbligate ad abbracciare la religione cristiana senza però realizzare alcuna conversione spirituale. Sempre con l’intento di smorzare gli attriti, a questi nuovi cittadini dell’impero fu tuttavia concesso di conservare molte feste e riti pagani, che vennero riprodotti con nuove forme “cristiane”…

Così si esprime lo scrittore Tertulliano: “Il nome di Cristo si sostituiva a quello delle divinità pagane e si aveva una nuova festa cristiana” (De Idolatria, 14).

Il 25 dicembre era anticamente considerato il solstizio d’inverno: il sole tornava a crescere, le giornate cominciavano ad allungarsi. In varie nazioni, il culto reso al sole era accompagnato dalle celebrazioni per le “nascite” di varie divinità. La più antica festa pare essere quella sumerico-babilonese in onore di Tammuz, dio della vegetazione, risalente al 3000 d.C.

A Roma si celebravano i natali del “sole invincibile”, istituito dall’imperatore Aureliano nel 274 d.C.

Sotto il papato di Liberio, nel 335/6, si istituì il Natale cristiano, associando il culto al sole, presente in varie religioni, con il culto a Cristo, festeggiato come “Sole della giustizia”, usando impropriamente le parole del profeta (Mal. 4:2).

La prima delle chiese orientali che dovette accettare il “Natale cristiano”, imposto dal vescovo di Roma, fu quella di Cappadocia, nel 373. Tuttavia le chiese orientali festeggiarono il Natale il 6 gennaio, come avviene ancora oggi.


Riti, figure e usi natalizi

L'antica festa del solstizio d'inverno era accompagnata da riti propiziatori, nei quali si praticavano i due principi base della magia: allontanare il male, gli spiriti avversi, e propiziare il favore di altre forze spirituali. Era usanza comune far bruciare un ceppo di ulivo, spargendone le ceneri nei campi e nelle vigne, pronunciando parole augurali di fertilità ed abbondanza. Da qui l’uso di bruciare il così detto “ceppo di natale”.

“Babbo Natale” divenne la personificazione di questo rito propiziatorio. Tale figura si origina da Nicola (da cui Santa Nicolaus o Claus), vescovo di Mira nel terzo secolo, che secondo la leggenda era molto generoso con i poveri e faceva doni a tutti.

Gli abeti, alberi sempreverdi che fruttificano pure d’inverno, erano considerati dai popoli nordici come sede degli spiriti della fertilità; per tale motivo erano tenuti nelle abitazioni e decorati con mele colorate ed oggetti lucenti. Ancora oggi i doni sono appesi ad un albero, che rappresenta il centro rituale della festa.

Da qui l'uso dell’albero di Natale, introdotto da Bonifacio, un missionario inglese dell'ottavo secolo, il quale addobbò un albero come tributo al “bambino Gesù”. Anche questa fu un'oscura e forzata cristianizzazione di rituali idolatri pagani. Infatti, Bonifacio si ispirò ai sacrifici che i popoli nordeuropei offrivano ad Odino, una delle loro principali divinità; durante questi riti le viscere dei nemici dei devoti di Odino venivano sparse sopra gli alberi di abete, come ghirlande di vittoria, poi erano bruciate.

Il Presepe fu ideato nel 1223 da Francesco D'Assisi, con l'intento di ricordare visivamente ai credenti la nascita di Cristo. In realtà il presepe riflette il misticismo francescano, un movimento anti-materialistico piuttosto che di profondo ritorno alla Scrittura.

Festa correlata a quella del natale è poi l'Epifania. Questa fu celebrata per ricordare l'apparizione della stella ai Magi (Mat. 2:1), secondo la tradizione avvenuta il 6 gennaio. Nelle leggende nordiche, la notte dell'epifania, di cui la befana divenne la personificazione, era favorevole a presagi e prodigi per combattere le forze del male.


I RICHIAMI DELLA PAROLA DI DIO

È chiaro che non ci troviamo dinanzi ad una festa che ha perso i suoi significati cristiani nel tempo, ma che affonda le sue origini nel paganesimo e continua ad essere portatrice di valori spirituali non biblici, contraria all’adorazione di Dio “in spirito e verità” (Giov. 4:24).

La Parola di Dio ha sempre insegnato che per celebrare il Signore, il Suo popolo non ha mai avuto bisogno di riciclare le superstizioni generate fra popoli idolatri (Ger.10:1-6).

È evidente che il folklore di figure care ai fanciulli non elimina l’idea pagana di propiziazione materialistica che ne è alla base, in contrasto con la rivelazione della redenzione spirituale nel sacrificio di Cristo (I Giov. 2:2).

Inoltre è chiaro che il Natale continua a trasmettere l'errato concetto che occorre "fare del bene", compiere azioni meritorie in alcuni giorni

dell’anno, invece che praticare la Parola di Dio con una natura redenta (Amos 5:21-24; Mar. 7:8-13; Efes. 2:10).

Certamente tanti, prima di convertirsi, hanno celebrato il Natale, con vari sentimenti e forme; alcuni di essi tendono a conservare tale usanza per abitudine sociale o talora perfino per devozione religiosa. Tuttavia, il credente nato di nuovo è chiamato dal suo Signore a distaccarsi, da ogni pratica mondana e da ogni religiosità non conforme alle Scritture ispirate (II Cor. 6:16-17). I cristiani non si astengono dal festeggiare il Natale per le sue degenerazioni commerciali e consumistiche, ma per precisi motivi spirituali (Gal. 4:8-11).

La Chiesa è un popolo chiamato a celebrare del continuo la Persona del Salvatore e l’opera della redenzione, ma secondo i dati storici e gli insegnamenti spirituali della Parola del Signore.


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